La definizione “restauro archeologico”

 

La definizione “restauro archeologico” identifica, nelle accezioni più comuni, interventi conservativi di manufatti e reperti mobili provenienti per lo più da operazioni di scavo. In mancanza di una definizione più corretta e libera da equivoci si conviene usare la stessa definizione anche con il significato di conservazione e valorizzazione di manufatti edili storici ridotti allo stato di rudere.

Il restauro archeologico tende ad assumere, per sua stessa natura, connotazioni complesse arrivando ad identificarsi sempre più con un ambito realmente interdisciplinare nel quale le singole competenze interagiscono nel rispetto e valorizzazione delle singole competenze. Un ruolo importante, talvolta determinante, è svolto dall’architetto-restauratore anche se soltanto da poco, e con molta fatica, si riesce a definirne le competenze e le responsabilità. Le attività di ricerca e didattica sul restauro archeologico vogliono esplorare i caratteri degli interventi su manufatti edili ridotti allo stato di rudere e definirne i limiti di applicabilità; devono verificare gli spazi delle possibili competenze e sperimentare nuove forme di intervento arrivando alla definizione di possibili categorie, definite da voci specifiche di capitolato e relative indicazioni di costi. Per il restauro archeologico, ancor più che per quello di edifici monumentali, è importante che gli interventi siano preceduti da esaurienti e corrette indagini diagnostiche che potranno definire e dimensionare gli interventi più efficaci e, addirittura, limitare gli interventi di restauro che, nella maggior parte dei casi, sono proprio dovuti all’arretratezza diagnostica. Con molta fatica i termini del restauro tendono a spostarsi verso i concetti del minimo intervento e della manutenzione sistematica anche se non manca chi continua a ritenere eccessivo, per i ruderi, il ricorso a quelle specializzazioni la cui validità è, invece, richiesta per il restauro dei reperti mobili.

Una delle singolarità che il restauro archeologico presenta è legata alla condizione dinamica in cui gli interventi avvengono e alla variabilità costante delle condizioni in cui i manufatti si troveranno a vivere. La difficoltà di conservazione di manufatti edili archeologici non dipende tanto dal fatto di essere stati per molto tempo sotto terra quanto piuttosto dai bruschi cambiamenti delle condizioni a cui sono soggetti durante lo scavo (con una forte differenziazione dei livelli di recupero anche a seguito dei metodi e delle strategie di scavo adottate), alla variabilità delle condizioni ambientali che troveranno in seguito e al frequente stato di abbandono in cui verranno spesso lasciati prima di interventi che diventeranno, pertanto, inadeguati. Nella pratica gli interventi più ricorrenti si riducono alla protezione delle creste dei muri e alle integrazioni delle lacune. Per queste categorie di intervento si continuano a proporre parziali o totali ricostruzioni, talvolta aggiornate soltanto nei materiali e nelle procedure di applicazione con maestranze non specializzate perché provenienti dall’edilizia corrente.

La formazione degli operatori di un settore professionale che ha connotazioni certamente singolari esige un curriculum di studi appropriato e basato su tirocini in cantieri specifici poiché la degenerazione delle strutture archeologiche si presenta con singolari forme patologiche, isolate o contemporaneamente, che costituiscono un carico difficilmente sostenibile e soglie di tollerabilità molto ridotte.

Negli ultimi anni si è cominciato a ridimensionare il ruolo delle riparazioni spinte oltre il necessario e limitare interventi ritenuti risolutori a vantaggio del recupero di tradizioni artigianali e della costante ripetizione degli interventi. Le acquisizioni più avanzate sono quelle che identificano il restauro con operazioni conservative caratterizzate da interventi  minimamente invasivi e al massimo reversibili, capaci di frenare (o anche soltanto rallentare) i processi di degradazione dei materiali e dissesto delle strutture salvaguardando anche il potenziale di informazioni che il manufatto, in tempi successivi, potrà ancora fornire. Si tratta di predisporre una accorta opera di prevenzione (ancor prima dello scavo che dovrà tenere maggiormente in conto le necessità immediate e i futuri obblighi conservativi) e avviare una successiva opera di manutenzione ordinaria e ripetuta nel tempo.

Le possibilità di recupero di un manufatto possono dipendere in maniera determinante proprio dalle condizioni in cui si opera durante le campagne di scavo e dai criteri con cui queste sono condotte. Una maggiore attenzione ai problemi conservativi (che, a ben guardare, raramente contrastano con le esigenze dello scavo archeologico) potrebbe contribuire non poco alla salvaguardia dei reperti edili e di quelli destinati, in particolare, a restare in situ.